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ALVINA E LA JIHAD 19/10/2015

Nel 1920 David Herbert Lawrence pubblica “La ragazza perduta” un romanzo iniziato qualche anno prima e terminato dopo un soggiorno a Picinisco, un piccolo paesino in provincia di Frosinone.

La protagonista, Alvina, è una ragazza ormai trentenne che vuole fuggire dai tabù della società inglese e in un maldestro tentativo di emancipazione, si unisce a Cicco, un saltimbanco italiano.

Incurante degli avvertimenti ricevuti sulla violenza degli uomini italiani verso le loro donne, incurante degli avvertimenti sulla incapacità degli italiani di avere delle case simili a quelle inglesi, incurante degli avvertimenti sul fatto che gli italiani considerassero le loro donne alla stregua di oggetti di proprietà, Alvina decide di lasciare l’Inghilterra e di seguire il suo amato in Italia dove troverà una realtà di arretratezza persino peggiore di quella immaginata.

La ciclicità degli eventi storici ci narra oggi di giovani Alvine che partono per unirsi a guerriglieri islamici, insofferenti verso la società nella quale sono cresciute, e alla ricerca di una collocazione identitaria che plachi il loro disagio sociale.

Da quanto si apprende le jihadiste europee utilizzano la rete internet assiduamente, e studi recenti confermano come ad un maggiore uso del computer da parte dei giovani, corrisponda un minore, o un diminuito, livello delle loro abilità intellettive.

Come pure il contatto attraverso internet sopperisce, troppo spesso, ad una incapacità relazionale diretta.
Il modello di società tribale e arcaica verso la quale le moderne Alvine si spingono, dà la cifra del loro desiderio di protagonismo che trova maggiore possibilità di realizzazione rispetto ad una società che non è più inclusiva.

L’islam non richiede competitività ma solo ruoli determinati di gerarchia, e chi è subordinato e sottomesso non si pone nemmeno il problema di esserlo.

Ci saranno sempre delle Alvine inquiete, e cercheranno sempre soluzioni inquietanti, a nulla rilevando la maschera della fede.

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