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Ateismo attivo e ateismo passivo, la menzogna del terzo millennio 31/05/2012

 Al tavolo del dibattito sulla trascendenza fa tendenza la moda a riscoprire il vecchio discorso e  l’ormai consumato alibi sull’ateismo attivo e l’ateismo passivo, il dogmatismo dei cosiddetti New Atheists,  quelli che denunciano il fondamentalismo religioso e  lo fanno spesso in stile altrettanto dogmatico di coloro  a cui pretendono opporsi.

Una forma particolare di composizione letteraria fra la saggistica e ifeuilleton francesi.

Chi parla in questi termini lo fa per nascondere a se stesso la propria qualità di adeguarsi alla volontà esterna di fronte ai tanti problemi e sofferenze che affliggono la nostra società, e predilige dedicarsi alla meditazione filosofica “dio c’è o dio non c’è”.

Ateismo attivo significa, per alcuni  nel mondo della miscredenza, porsi da “scapigliati” contro il moderatismo della cultura ufficiale e lanciare proclami  affinché il Vaticano insieme a tutti i preti, vescovi e cardinali siano deportati, creando così  le condizioni per provocare una maggiore fibrillazione alla propria sintomatologia da pensieri ossessivi, azioni stereotipate ed incessantemente ripetute per cercare di mitigare le proprie ansie.

Queste persone fomentano e incitano il mondo non credente da dietro al sipario di quelle circostanze che dividono il destino dalla vita reale, atteggiamento imposto  dalla propria convenienza infestata di parassitismo culturale, laddove per parassitismo culturale si intende il controllo e il sabotaggio intenzionale di una cultura, presupponendo l’identità falsa di un capo culturale di fiducia per guadagnare le posizioni d’influenza.

Ebbene, se tutto questo è ateismo attivo, sarebbe conveniente per un non credente uscire da questi recinti culturali e dare maggiore forza alla propria libertà di giudizio, altrimenti ingabbiata nella morsa di un pensiero unico di parte.

E’ estremamente infondato e falso giudicare ateo passivo chi è arrivato alla fine del suo percorso interiore e ha messo dio in un cassetto della scrivania perché  ha capito che quel dio, insieme a tutti i discorsi che provoca, oltre a imbalsamare il proprio cervello, cerca anche di  far  perdere  tutto il  tempo che invece serve per andare fra la gente, che sia atea, agnostica, credente o confusa e far capire che la  stanno ingannando. La  stanno ingannando mettendo gli uni contro gli altri, la stanno ingannando facendole credere che il problema della nostra povertà è il rifiuto di dio e che bisogna darsi da fare per organizzare le crociate del terzo millennio distogliendola dalla verità, cioè che il problema è culturale e poi di natura sociale e politica.

Quasi nessuno vuole comprendere, forse per interessi di bottega, che il concetto di dio è statovolutamente  politicizzato, che lo hanno messo  in campo le sue truppe di politici chierichetti asserviti al potere  Vaticano,  che la sfida ormai si è trasferita su un nuovo terreno, su uno spazio pubblico con le sue complesse dinamiche e aspetti socio-politici.  Ed è lì che bisogna colpire con tutta la propria energia.

Questa operazione  la  si fa solo attraverso un grande processo di consapevolezza e di responsabilità individuale e collettiva, solo attraverso un grande slancio di emancipazione e di evoluzione.

Questa cappa millenaria di oppressione politica, sociale, razziale e religiosa va combattuta solamente col proprio protagonismo per dare forma concreta a quella forte insofferenza che sta caratterizzando il nostro tempo, un’insofferenza trasversale che non esclude nessuno, credenti e non credenti. Purtroppo in molti per difendere le loro posizioni potrebbero trovare terreno fertile per lanciare accuse di retorica, come spesso accade, ma bisognerà ricordare a costoro che la retorica è l’arte di persuadere con i discorsi, ed è proprio ciò che quel presunto attivismo miscredente cerca disperatamente di fare.

C’è il bisogno invece di far acquisire alla  gente la consapevolezza del proprio status, che è cosa ben diversa dalla retorica, mettersi  in discussione come a suo tempo è stato messo in discussione dio; la battaglia contro dio chi si dichiara non credente l’ha già vinta, al punto che non gli interessa  nel modo più assoluto fargli la guerra, né pregarlo.

Oggi  serve solo liberare la società dal gioco dell’oppressione politica-clericale, e poiché i problemi sul tappeto sono di natura economica e sociale, questo lo si fa solo con la lotta politica in direzione di quella laicità che in molti, o forse in troppi, confondono con l’anticlericalismo mangiapreti e non più in funzione di quell’autonomia decisionale rispetto a ogni condizionamento ideologico, morale o religioso altrui.

La posizione laica troppo spesso viene, da queste scuole di pensiero, confusa con una posizione antireligiosa.

Tuttavia come ci possono essere persone che aderiscono a un credo religioso e sono laiche, è anche evidente che esistano degli atei non laici, che ritengono che il proprio punto di vista debba essere assolutizzato.

Si confonde inoltre spesso la laicità con una posizione morale.

In realtà la laicità non detta linee di condotta morale, ma è un principio che permette a posizioni diverse, in particolare diverse posizioni morali e religiose, di convivere.

Se questo è l’ateismo passivo, e se è vero che la  matematica non è nemmeno lontanamente applicabile al pensiero filosofico, certo è che non c’è da vergognarsene.

La storia dirà chi aveva ragione, ma dirà pure chi aveva torto.

 

Salvatore Veneruso

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