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CECITA' 06/01/2017

Dire che destra e sinistra non esistono, comincia a diventare una cecità dell'intelletto.

Credere davvero che tra un demoateo e un leghista, oppure tra un esponente del Partito comunista dei lavoratori e un centrista dell’UDC, o ancora se ci si sposta sul piano internazionale, dire che tra Sanders e Orbàn non ci sia alcuna differenza, non è più qualunquismo, è imbecillità.

Non voler vedere le differenze per aderire acriticamente al mantra del superamento delle differenze, significa arrendersi alla vittoria del neoliberismo sulla lotta di classe.

Non sono scomparse le classi sociali, né il loro antagonismo, ma ciò che sfugge è come il neoliberismo sia riuscito a spingere le masse verso l’adesione a finalità reazionarie, le uniche che, non a caso, possono garantire il mantenimento dei privilegi di classe facendo in modo che non siano più obiettivi della contestazione.

E così l’antagonismo tra borghesia e proletariato è stato sostituito dall’antagonismo tra proletariato e nuovi schiavi, e la coesione sociale che si rinsalda attraverso la solidarietà, è andata a farsi friggere.

La funzione dei partiti in questo frangente dovrebbe essere quella di ricreare le premesse della condivisione dei principi etici universali, pur nella differenza delle soluzioni contingenti.

La contrapposizione tra le classi sociali è inevitabile, come è inevitabile che le condizioni dell’una siano invise a chi sa che le proprie sono realmente depauperate dai privilegi dell’altra.

Tuttavia saper distinguere un diritto da un privilegio diventa una chimera se il metro è quello di coloro che interpretano la reazione senza coscienza, perché è scontato che li confondano.

Solamente interpretando l’antagonismo sociale con consapevolezza, lo si può trasformare in lotta politica, altrimenti si scade nella contrapposizione violenta.

Ed è proprio questo il momento in cui sorge la necessità del partito, posto che i movimenti spontanei, sono insufficienti ad azioni di lungo termine e di ampio respiro.

Il momento rivendicativo è senza dubbio il momento iniziale attorno al quale si trova l’originaria coesione, ma l’azione politica richiede l’elaborazione di una visione attorno alla quale si disegnano strategie e finalità.

E’ necessario che il partito si doti di regole organizzative e di programmi attorno ai quali incrementare la coesione.

La consistenza del numero degli aderenti, per dirla con Lenin, è un falso problema: “Niente è più aberrante di quelle concezioni che legano la funzione e la validità del partito al falso problema di quanti devono essere, numericamente, gli appartenenti… non può esservi un numero stabilito e sarebbe puro bizantinismo volere indagare se esso debba accogliere una piccola o una grande minoranza affinché possa assolvere alla sua funzione storica”.

Democrazia Atea, ad esempio, ha la sua origine rivendicativa contro l’assenza di una prospettiva di affermazione del principio di laicità, e attorno all’originario momento rivendicativo, ha elaborato la propria organizzazione partitica, che consente il superamento dei limiti territoriali nella condivisione delle finalità programmatiche e statutarie.

Le finalità diventano la cifra della funzione storica, e quella di DA ruota attorno al superamento del principio pattizio che ci subordina al quarto uomo più potente del Pianeta, con tutto ciò che ne consegue in termini di povertà e di negazione della progressione di civiltà.

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