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FINCHE' C'E' GUERRA C'E' SPERANZA 30/09/2013

Sono circa tre anni che ci si sta preparando ad attaccare la Siria.

Non c’è ambiguità sulle finalità, la Siria serve per arrivare all’Iran e non solo.

Assad, che non è uomo probo né giusto, è un dittatore che non ha saputo proteggere il suo popolo perché è stato lui per primo ad opprimerlo con repressioni violente.

Gli oppositori di Assad non sono stati da meno e anche loro si sono resi protagonisti di episodi di tortura, di massacri, di stupri e finanche di cannibalismo.

Sono stati questi i gentleman sui quali sono ricaduti i finanziamenti di Turchia, Qatar e Arabia Saudita, nella prospettiva di mettere le mani su un’area geografica strategica per gli equilibri planetari dei prossimi decenni.

Un sapore di déjà-vu accompagna le motivazioni con le quali si sta tentando di giustificare un intervento armato, e fatalmente si torna a parlare di armi chimiche, anche perché la menzogna in queste faccende si è già visto che paga, Iraq docet.

Si sta attribuendo ad Assad l’uso di gas contro la popolazione civile ma costui continua a sostenere che non ha alcuna responsabilità, e poiché di eccidi e repressioni ne ha firmate più di una, non appare logico che ora neghi.

Sorge il dubbio che stavolta stia dicendo il vero anche perché qualche fonte libera attribuisce proprio ai ribelli l’uso dei gas nervini.

Un tale Abu Abdel Moneim ha riferito ad un giornalista che “una grande bottiglia” era stata consegnata a suo figlio e ad altri 12 ribelli in un tunnel utilizzato come deposito dagli oppositori di Assad, ed ha aggiunto che costoro non erano addestrati all’uso di quelle armi.

Una errata manipolazione da parte dei ribelli avrebbe provocato la catastrofe.

Ci si aggiunge Itai Ben, capo dell’intelligence israeliana che attribuisce all’Arabia Saudita il trasferimento di armi chimiche in Siria.

Nel Qatar c’è la più grande base militare statunitense della regione asiatica, e non è pensabile che le loro decisioni militari siano estranee agli Stati Uniti, anzi è più verosimile che agiscano in totale sintonia.

Il Qatar ha puntato sulla caduta di Assad già da mesi e non ha solamente finanziato i ribelli ma “si è portato avanti con il lavoro” sicché nonostante il regime non sia ancora caduto, ha aperto un’ambasciata siriana affidata ai ribelli.

La nuova ambasciata siriana in Qatar non può rilasciare né visti né passaporti, ma non si può avere tutto dalla vita.

L’Arabia Saudita rifornisce di armi gli oppositori e non si fa scrupolo di includervi quelle chimiche, sapendo che i gruppi ribelli non hanno alcuna forma di lealtà e l’ultimo che li paga è quello che ha ragione.

L’International peace research institute di Stoccolma che registra gli spostamenti di armi su tutto il pianeta, ha registrato, tra aprile 2012 e marzo 2013, settanta voli cargo militari dal Qatar alla Turchia e l’intelligence di Erdogan avrebbe consentito il trasferimento delle armi verso la Siria e la consegna ai ribelli.

Di certo la crisi siriana non è un fulmine a ciel sereno, è una pianificazione ordita già da tre anni.

Non è un caso che i nostri militari hanno pronta la logistica di intervento militare verso la Siria già da gennaio 2013 e i contingenti d’assalto sono già al terzo turno di preparazione, anche se si tratta pur sempre di preparativi di facciata, considerando le 128 basi militari statunitensi sul nostro territorio più inaccessibili di un’ambasciata.

Qatar, Arabia Saudita e Turchia hanno finora giocato a risiko ma i dadi finali dovranno lanciarli Stati Uniti e Francia.

Si vocifera di un accordo franco-statunitense secondo il quale il petrolio depredato all’Iraq ha bisogno di un oleodotto che attraversi la Siria e quindi Obama e Holland non vogliono aspettare né l’ONU né la Nato.

Meno male che Obama ha ricevuto il Nobel per la Pace.

Chissà cosa sarebbe accaduto se qualcuno lo avesse scambiato invece per un guerrafondaio.

 

Carla Corsetti 

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