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Insana equazione: reato = peccato 31/08/2010

 L'etica di un popolo generalmente coincide con i precetti morali della religione praticata dalla maggioranza degli individui. 

Pochi riescono a sottrarsi all'etica imperante e ad elaborare uno schema etico autonomo e svincolato da ogni forma di credenza trascendente. 
E tuttavia questa parte della popolazione è in costante crescita in tutti i Paesi, compresa l'Italia. 
Se facciamo una analisi generale dell'etica degli italiani ne conveniamo che è derivata essenzialmente dalla morale cattolica nella quale i precetti prevalenti sono quelli del perdono e dell'assoluzione. 
Gli effetti sociali di questi precetti morali, se così possiamo definirli, sono stati devastanti. 
Gli italiani sono stati indotti, per secoli, a sovrapporre, con una sostanziale identificazione, il reato con il peccato, confondendo il piano spirituale personale con il piano pubblicistico della rilevanza penale dei comportamenti antisociali. 
Una mistificazione artatamente gestita con il meccanismo dell'assoluzione che ha avuto il potere di distogliere la popolazione dalla propria responsabilità individuale verso la cosa pubblica, una deresponsabilizzazione generalizzata che è stata controbilanciata dalla servile riverenza verso il mondo ecclesiale. 
Nessuno getterebbe per terra un pacchetto di sigarette vuoto in una chiesa senza "sentire" di aver recato offesa a Dio, ma nessuno si fa scrupolo di gettare quello stesso pacchetto di sigarette vuoto per strada incurante che un simile gesto costituisce offesa alla generalità dei consociati. 
Quando i comportamenti oltre che essere banalmente offensivi sono anche criminali, si cerca esclusivamente il perdono divino, l'assoluzione dal primo prete disponibile, pareggiando i conti con qualche preghiera. 
A quel punto mal si comprende l'utilità di un processo penale, percepito come una anomala interferenza e non come una legittima verifica della propria responsabilità. 
Tutto questo è ben chiaro alla casta clericale che per mantere il proprio potere sulla popolazione sa che deve inculcare dinamiche deresponsabilizzanti fin da piccoli, inserendo i propri precetti già nei programmi della scuola materna. 
Il progetto di deresponsabilizzazione sociale attuato dallo Stato del Vaticano nella popolazione italiana è una perfetta macchina da guerra che non lascia spazio ai propri adepti in nessun ambito sociale, inducendo gli uomini e le donne a ignorare il valore sociale dell'impegno civile, sostituendolo con il mero e controproducente volontariato. 
Sono pochi i cattolici che percepiscono la differenza tra l'uno e l'altro. 
Soltanto una classe dirigente capace di mantenere lontano dalla politica l'ingerenza religiosa, potrà essere in grado di ricondurre la Nazione a quel senso di responsabilità individuale e collettiva che è la necessaria premessa per un sano e libero progresso civile. 
  
Carla Corsetti

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