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L'ateotelico 31/10/2011

 Abbiamo bisogno di definizioni per dare comunicazione e contorno alle nostre elaborazioni concettuali.

La comunicazione è il primo gradino della condivisione e prima ancora della comunicazione c’è la scelta del linguaggio, quello già noto, quello già conosciuto, quello che uniforma le strade dei nostri percorsi cerebrali.

Ma spesso non c’è identità nei percorsi e non c’è identità nei linguaggi e talvolta le strade cambiano direzione e si avventurano in esplorazioni comunicative inedite.

Nuovi termini aprono gli spazi a nuove ipotesi di qualificazione, magari già esistenti nella concettualizzazione, ma non ancora completati nella dinamica della comunicazione.

Alcuni condividono l’ateismo e condividono l’idea che con i percorsi della trascendenza, sia opportuno o arricchente scambiare discussioni, nella convinzione che gli uni possano trarre utilità speculativa dal confronto con gli altri, ma anche nella più o meno segreta aspettativa di mutare i convincimenti altrui.

Altri invece, condividono l’ateismo ma dissentono dall’idea che con la trascendenza sia percorribile una qualche forma di scambio, non per supponenza ma per assenza di stimoli.

Un nuovo termine può definirli: ateotelici ovvero coloro che dal dibattito sulla divinità escludono qualunque ipotesi di interesse.

Ciò non toglie che ciascuno possa attingere ad una riflessione personale, ma l’ateotelico non trova affatto illuminante condividerla pubblicamente.

Pubblico e privato tornano prepotentemente a fare la differenza tra coloro che vogliono condividere con gli altri i propri convincimenti e coloro che non sono interessati a farlo.

Il contesto è la cornice entro la quale diventa lecito o prevaricante l’espressione del proprio convincimento.

L’ateotelico in definitiva non è mai in dissonanza con nessun contesto perché nel rispetto della differenza sottrae alla discussione pubblica il suo privato.

L’ateotelico non convince, non dibatte, non si confronta con i suoi antagonisti perché trova sterile farlo.

In definitiva per l’ateotelico tentare di convincere i propri antagonisti significa offenderli, significa non riconoscergli una autonomia di giudizio o di capacità concettuale, significa avere disprezzo per i convincimenti altrui e forzarne la riflessione su quanto possa, ai propri occhi, sembrare contraddittorio o infondato.

All’ateotelico interessa prioritariamente ed esclusivamente che lo Stato non aderisca a nessuna impostazione e che riaffermi costantemente la propria neutralità e la propria astensione.

E’ in questo essenziale assunto che l’ateotelico chiede una universale adesione, anche ai suoi antagonisti perché l’adesione al principio di laicità non ha bisogno di passare attraverso dibattiti o interpretazioni, o si aderisce o si nega.

 

Carla Corsetti

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