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L'Opa democristiana sul Partito Democratico 31/01/2011

  

Sui giornali è invalsa la formula secondo cui Nichi Vendola avrebbe lanciato un’”Opa” sul PD per l’incredibile pretesa di voler far scegliere il candidato premier dalla base tramite primarie.

Forse i giornali dovrebbero chiedersi perché i dirigenti del PD sudano freddo all'idea di vedere il loro candidato sfidato da Nichi Vendola: i numeri sono dalla loro.

E’ dalla loro anche la grande mente strategica di Massimo D’Alema che, alle brutte, potrebbe essere incaricato di gestire l’operazione primarie per il suo partito, e assicurare così il trionfo del candidato PD, come è immancabilmente capitato in passato.

I giornali però preferiscono sottolineare la malizia di Nichi Vendola che per farsi strada tra i leader della sinistra si abbassa persino a usare strumenti democratici e trasparenti. 

Dove però gli osservatori si mostrano singolarmente distratti è nel non accorgersi che c’è già un’Opa all’interno del partito, che punta a dirottare tutta la base elettorale per farla approdare su un progetto neodemocristiano, per allearsi e magari infine addirittura fondersi con l’UDC di Casini.

Due nomi per tutti Enrico Letta e Giuseppe Fioroni.

E’ curioso come sia passato quasi in cavalleria che da quei settori popolari sia venuto l’aperto invito a isolare IdV e SeL per andar all’abbraccio con il terzo polo.

Ossia, un partito che da tempo ha quasi abbandonato i contenuti di un programma autenticamente riformatore e progressista, ormai avverte come una camicia troppo stretta persino la collocazione parlamentare di centrosinistra, per preferire un franco posizionamento centrista.

 Gli episodi sono stati diversi. A Milano il cospicuo gruppo di Fioroni, per il tempo in cui l’ex sindaco Albertini ha fatto pendere la possibilità di una sua ricandidatura a primo cittadino, ha fatto chiaramente intendere che si sarebbero rimangiati l’impegno con Giuliano Pisapia, vincitore delle primarie, e avrebbero appoggiato Albertini.

Lo stesso Fioroni è inoltre abbacinato dal duo Marchionne-Bonanni, che dovrebbe essere la stella polare delle politiche industriali e del lavoro del partito (opinione del resto condivisa anche da esponenti della “vecchia guardia” come Fassino e Chiamparino).

 Ricordiamoci poi di una frase di Rosy Bindi (che non conto in questa fronda) all’indomani della visita di Matteo Renzi ad Arcore: “si sta preparando un futuro politico al di fuori del PD”.

 Il quadro del partito è quello di una grande disgregazione interna, per quanto mascherata.

Bersani sa che c’è una componente – per lo più tra i popolari — che spinge per uno spostamento a destra nella politica delle alleanze e che per questo fa velatamente pesare sul partito la minaccia di una scissione.

Un’altra componente – ad esempio D’Alema – asseconda questa spinta, anche se non esercita a sua volta la minaccia della scissione.

Per contrasto, persone come Ignazio Marino che parlano ancora un vocabolario mitemente socialdemocratico fanno sempre più la figura di trotzkisti arrabbiati.

La base dal canto suo è sempre più frustrata da questa eterna rincorsa dei moderati, che finirà solo quando saranno tutti moderati. 

Che senso ha accusare Bersani di irresolutezza?

Lui sa bene che il partito è prossimo al disastro e non sa che fare per evitarlo; e se non si è ancora spezzato è perché è uno strumento troppo utile per acchiappare voti per poterne fare a meno.  


Salvatore Veneruso

 

 

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