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La riforma di Ichino 31/01/2012

 Da qualche tempo una ipotesi di riforma del lavoro elaborata da Pietro Ichino impegna il mondo della politica e non solo.

La necessità di una semplificazione legislativa e di una codifica è senza dubbio una priorità avvertita ormai unanimemente. 

Eppure la riforma ideata da Ichino non riesce a superare una istintiva diffidenza.

La conflittualità sociale sul tema del lavoro affonda le sue radici anche nella copiosa produzione di norme che l’esperienza ha reso ingestibili e foriere di interpretazioni contrastanti ed elusive.

La gerarchizzazione dei ruoli ha accentuato il contrasto tra lavoratori da una parte e datori di lavoro dall’altra, in una altalenante contrapposizione nella quale ogni volta tutelare gli interessi di una parte sembrava dovesse costituire necessariamente detrimento degli interessi dell’altra, ed abbiamo assistito sempre ad un tirarsi una coperta troppo corta che, si sa, lascia al freddo se non tutti, molti.

E’ plausibile pensare che in una ottica siffatta sia mancata totalmente un’etica della solidarietà sociale nella quale ognuno afferma i propri diritti nel contestuale e reciproco riconoscimento dei diritti altrui.

Lo Statuto dei Lavoratori godeva di una semplicità espositiva che lo rendeva facilmente accessibile e nella riforma di Ichino questa peculiarità vuole essere reiterata quando si afferma la intenzione di “riscrivere il nostro diritto del lavoro nel modo più semplice, diretto e facilmente leggibile da parte di tutti i cittadini interessati, rendendone più incisivo e suscettibile di applicazione universale il corpus protettivo essenziale, ma allo stesso tempo sfrondandolo di tutte le ridondanze dannose".

E fin qui la condivisione è scontata, ma le sue intenzioni diventano stridenti quando aggiunge "eliminando gli adempimenti burocratici il cui costo complessivo per il sistema supera il beneficio della prevenzione di scorrettezze marginali” come se ignorasse che in Italia e soprattutto nel mondo del lavoro le scorrettezze non solo non sono marginali ma sono il cuore centrale del sistema.

E’ anche encomiabile che Ichino si sia ispirato al sistema legislativo danese nel quale la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è tra le più basse d’Europa.

Però noi sappiamo perfettamente che la società danese è assai distante dalla nostra e forse possiamo prevedere fin da ora quali degenerazioni potrebbe subire la riforma Ichino una volta innestata nel nostro sistema di corruttele diffuse.

Non possiamo né vogliamo ignorare la valenza dello Statuto dei Lavoratori che mantiene una irrinunciabile attualità in tema di diritti fondamentali costituzionalmente garantiti.

Tra questi c’è senza dubbio la tutela dei diritti del lavoratore in tema di licenziamenti. 

Nella riforma Ichino queste tutele vengono presentate come obsolete e come responsabili della crisi economica e solo per questo le sue conclusioni non possono nè potranno mai essere condivise. 

Ichino si innesta perfettamente nella linea della negazione dei diritti tracciata dal WTO e recepita dal Trattato di Lisbona nel quale il libero mercato è favorito per rafforzare il valore speculativo della finanza a scapito del valore sociale del lavoro.

Nel Trattato di Lisbona infatti non compare il “diritto al lavoro” che è stato sostituito dal “diritto alla libertà di commercio” e ciò renderà più facile al libero mercato spazzare via gli aspetti sociali delle politiche del lavoro, in perfetta adesione alle politiche neoliberiste. 

Già da tempo si propone di sostituire la formulazione “Statuto dei Lavoratori” per far posto a “Statuto dei Lavori” togliendo quindi la centralità agli esseri umani per porla sulla loro capacità produttiva.

Anche Ichino non sembra per nulla preoccupato delle inevitabili conseguenze che subiranno i lavoratori quando una siffatta modifica li renderà più fragili nello strapotere contrattuale affidato a imprenditori senza scrupoli.

Né riesce a valutare come la difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non sia unicamente legata al mantenimento del posto di lavoro, quanto piuttosto a simbolo di una etica dei diritti che la sua riforma vuole negare.

 

Carla Corsetti

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