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La violenza sulle donne 30/06/2010

 

La violenza di genere è stata affrontata in maniera organica, ma non esaustiva, dalle Nazioni Unite nel 1993 con la “Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne”. La difficoltà maggiore si è incontrata nella ricerca della terminologia condivisa. Nel corso delle conferenze internazionali successive si è progressivamente allargata la tipologia delle violenze e a quella sessuale, fisica e psicologica, si è aggiunta anche la violenza intesa come costrizione in materia di abbigliamento. Il mio personale concetto di libertà è senza dubbio un derivazione della cultura occidentale cui appartengo.

Ma non penso minimamente che il concetto di libertà per le donne islamiche passi attraverso una progressiva occidentalizzazione intesa come allontanamento dalla religione e dalla cultura mussulmana.

Del resto non credo che il problema sia di natura religiosa quanto piuttosto di strumentalizzazione politica della religione.

Non conosco molto il Corano ma so che nella legge coranica le donne devono avere la stessa istruzione degli uomini eppure nella strumentalizzazione politica che ne fanno i talebani in Afghanistan, alle donne non è consentito studiare.

Secondo il Corano non possono essere uccise donne vergini eppure qualche agenzia giornalistica ha riferito che nella Repubblica islamica iraniana, nelle prigioni, le guardie carcerarie sposano le giovani detenute, le stuprano e poi le impiccano.

Non c’entra l’islam ma il potere politico che per giustificare la propria violenza usa la religione.

Ciò accade anche per l’abbigliamento.
Per la maggior parte delle donne islamiche il velo è un simbolo religioso e obbligarle a dismetterlo è per loro una violenza pari a quella che potremmo provare noi donne occidentali se ci fosse imposto, al contrario, di indossarlo.

La differenza si misura soggettivamente.
Imporre un simbolo religioso è un gesto violento come pure è violento imporre di privarsene.

Ancora una volta la linea di demarcazione è tra la sfera pubblica, nella quale possono e devono essere prevalenti i criteri di sicurezza collettiva, e la sfera privata nella quale ognuno deve essere posto in condizioni di fare ciò che è più consono alla propria concezione di libertà, senza ledere quella altrui.

La valutazione antropologica che, personalmente, in una ottica razionalistica, mi suggerisce un capo d’abbigliamento coprente come il burqa, non ha un disvalore troppo dissimile da un capo d’abbigliamento estremamente succinto: in entrambi i casi leggo una emancipazione negata e una cultura lontana anni luce dai riflessi dell’illuminismo.

Sta alle donne desiderare di emanciparsi, ma sta alle Nazioni promulgare leggi che rendano possibile l’emancipazione, semplicemente favorendo l’istruzione.

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