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MANFREDI DI SVEVIA 11 ottobre 1254 11/10/2015

La storia di Manfredi, figlio prediletto di Federico II, è emblematica per ciò che rappresentava la sua dinastia e per il destino che avrebbe potuto avere l’Italia se la sua vicenda non avesse avuto l’epilogo tragico che ebbe.

La morte di Federico II aveva dato al Pontefice nuovo vigore nella bramosia di conquista del Regno di Sicilia.

Ancora risuonava l’eco delle parole pronunciate da Federico II sul letto di morte: "post mortem, nihil" (dopo la morte non c’è nulla).

Per un regnante come il Pontefice che fondava il suo potere sulla paura della morte, il testamento morale di Federico II era insopportabile e scomunicare suo figlio Manfredi era la modalità più facile per indebolirlo agli occhi del suo popolo e delle altre monarchie europee.

Manfredi era un abile diplomatico ed era consapevole della necessità di essere riabilitato dalla scomunica, dalla quale non era affatto impressionato, tanto più che suo padre, Federico II, ne aveva collezionate sei, ma sapeva che non poteva esimersi dal rafforzare la sua capacità militare.

Con queste finalità accettò di sottoporsi al rituale medievale di sottomissione al Pontefice e l’11 ottobre del 1254 a Ceprano sul ponte del fiume Liri scese da cavallo e prese le briglie del destriero sul quale viaggiava il Pontefice, accompagnando l’attraversamento del ponte sul fiume Liri.

Innocenzo IV attribuì enfasi e risalto ad un gesto che riconfermava, davanti ai Principi europei, la riaffermazione del potere temporale.

Manfredi valutò che la revoca della scomunica era quanto gli necessitava per organizzarsi militarmente e riconquistare il suo Regno, consapevole della inferiorità delle sue truppe rispetto all’esercito pontificio. 
In pochi anni riconquistò il suo Regno sottraendolo al Pontefice.

Esercitò il potere con umanità ed equilibrio, si circondò, in quegli anni, di filosofi, musicisti, uomini di scienza e di intelletto, letterati, giureconsulti e astronomi, richiamò attorno alla sua corte tutte le menti migliori che potessero vivacizzare la cultura nel suo regno, insomma quanto di più insopportabile per la Corte papale che vedeva nella grandiosità e nell’efficienza della corte sveva lo specchio del proprio nefasto oscurantismo.

Il pontefice doveva distruggere un tale esempio di grandiosità e chiamò dalla Francia Carlo d’Angiò.
Manfredi fu sconfitto e ucciso dai francesi a Benevento il 26 febbraio del 1266.

La sepoltura di Manfredi a Benevento non aveva ancora placato l’odio del pontefice. 

Per mano del vescovo di Cosenza, le spoglie furono trafugate e portate a Ceprano, proprio dove Manfredi aveva ritualizzato nel 1254 la sua sottomissione al pontefice.

Lo ricorda Dante : 
"l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento."
(Purgatorio III)

E ancora Dante:
"e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie
a Ceperan, là dove fu bugiardo
ciascun Pugliese"
(Inferno XXVII)

Manfredi era uomo amato dal suo popolo perché applicava la giustizia senza distinzioni di censo, perché elevava il suo popolo in un anelito liberale che precorreva i tempi di quello che sarebbe stato il rinascimento.

Federico II e Manfredi avevano reso i loro regni un faro della cultura mondiale e nel contempo avevano imbastito un efficiente ordine amministrativo con una organizzazione burocratica straordinaria.

L’insofferenza per la grandiosità non poteva che valergli, da parte del pontefice, l’appellativo di ‘figlio di Satana’ perché il vero nemico dei poteri religiosi era ed è ancora la cultura per tutti.

Il sarcofago ove fu sepolto Manfredi si trova oggi in una chiesa a Ceprano.

La storia non si scrive con i se ma non è difficile intuire che se nella battaglia di Benevento la vittoria fosse stata di Manfredi le sorti dell’Italia sarebbero state scritte da una dinastia illuminata, mentre ancora oggi paghiamo il prezzo della vittoria dell’oscurantismo sulla ragione.

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