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Mercificazione della detenzione 31/01/2012

Onorevole Ministro Avv.Paola Severino,
la lettura dell’articolo 44 del decreto privatizzazioni desta non poche perplessità.
Non è trascorso molto tempo da quando un ministro della Repubblica italiana, occupandosi del fenomeno carcerario, ne confondeva addirittura il genere grammaticale.
Con Lei abbiamo la certezza di un superiore livello culturale, oltre che grammaticale, e di una indubbia sensibilità verso la preoccupante, o per ripetere un aggettivo da Lei invocato, angosciante situazione che vivono i nostri detenuti.
Ed è per questo che ci meraviglia come la Sua relazione alle Camere sia stata priva di riferimenti ad una analisi sulle cause della tendenza antisociale del nostro Paese.
Non v’è cenno alla anomia preoccupante che non riguarda solamente le “storiche” organizzazioni criminali o le prevedibili deviazioni scaturenti dai diversi gruppi sociali, ma involge progressivamente anche le giovani generazioni.
Una corretta e completa analisi del fenomeno criminale non può ridursi alla mera elencazione dei dati, al riferimento numerico dei detenuti, delle strutture carcerarie, dei processi pendenti, delle ingiuste detenzioni e dei conseguenti risarcimenti.
L’analisi deve tener conto delle cause altrimenti le soluzioni adottate non saranno idonee a ricondurre i fenomeni antisociali nell’alveo di una percentuale “fisiologica”.
Abbiamo il fondato timore che la soluzione adottata con l’articolo 44 del cosiddetto “decreto liberalizzazioni” non abbia tenuto conto di quanto il tessuto criminale sia spesso intrecciato con il sistema bancario e la privatizzazione del sistema carcerario, proprio attraverso le fondazioni bancarie, consentirà alle organizzazioni criminali di gestire in via diretta i propri detenuti.
Se il regime carcerario italiano avesse potuto contare su criteri di correttezza e serietà, non sarebbe stato forse nemmeno necessario dover varare una norma restrittiva come il 41 bis arrivando a qualificare come norma speciale il divieto per un pericoloso criminale di continuare a organizzare i suoi traffici anche durante la detenzione.
In un Paese normale questo divieto sarebbe stato altrettanto normale.
Liberalizzando la gestione carceraria si pongono degli interrogativi legittimi.
Cui prodest? Chi avrà interesse alla gestione dei detenuti? Chi potrà pensare che occuparsi della loro riabilitazione possa costituire valido motivo di profitto? Avremo strutture carcerarie di prima classe e di seconda classe? Ci saranno strutture carcerarie con “supplemento” della retta per i congiunti delle famiglie facoltose?
E’ legittimo dubitare che siffatta privatizzazione possa risolvere il problema della conflittualità sociale, e certamente non eliminerà il problema della privazione della dignità che è comunque dovuta a chi è già stato privato della libertà, e a cui assistiamo con indegna indifferenza.
Stupri, pestaggi, ricatti, sporcizia, sono le conseguenze di una colpevole disattenzione che la privatizzazione non risolverà, posto che la finalità sarà quella del profitto.
Porre in relazione le analisi dei fenomeni con le soluzioni, rende chiare anche le finalità che si intendono realmente perseguire e con la privatizzazione del sistema carcerario è di tutta evidenza che maggiore sarà il numero dei detenuti e maggiore sarà la prospettiva di guadagno.
La scelta operata dal Governo non la condividiamo e avremmo auspicato una maggiore attenzione alla eliminazione delle cause che determinano la detenzione, ivi compresa, ad esempio, la depenalizzazione di un gran numero di reati per i quali la forza deterrente risiede più nel comminare una sanzione pecuniaria che non detentiva.
Con la mediazione obbligatoria lo Stato si è spogliato della funzione democratica della Giustizia e lo ha fatto a vantaggio del profitto.
Con la privatizzazione della gestione delle carceri lo Stato si è spogliato della funzione principale della detenzione che è quella della rieducazione e del reinserimento sociale, e lo ha fatto a vantaggio del profitto.
Non vorremmo che si alimentasse nell’immaginario collettivo la predominanza della funzione punitiva, propria delle società tribali, e riteniamo che la finalità dell’articolo 27 della Costituzione ( Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato), si ponga in direzione diametralmente opposta alla mercificazione della detenzione.
Auspico che la Sua personale sensibilità Le consentirà di prendere atto che il nostro è un crescente sentimento di indignazione rispetto a decisioni non condivise e sommamente accondiscendenti verso l’inesauribile voracità del sistema bancario cui giorno dopo giorno stiamo allegramente cedendo le fondamenta del nostro sistema democratico.
Carla Corsetti
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