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PD, CODICE ROSSO 30/04/2013

 Le dimissioni di Bersani costituiscono l'epilogo scontato e inevitabile per il Partito Democratico.

Una dirigenza aperta al progresso e al cambiamento e una dirigenza orientata al conservatorismo di ispirazione religiosa, una dirigenza dinamica e desiderosa di osare, frenata da una dirigenza incapace di non essere autoreferenziale.

Ma ci sono anche otto milioni di italiani che oggi si sentono politicamente smarriti e privati della speranza di vedere all'orizzonte una soluzione non solo politica, ma soprattutto di garanzia economica, disegnata dal loro partito di riferimento.

L'ambizione di Renzi (opus dei cattolico) si scontra con l'ambizione di D'Alema (opus dei ateo) incuranti entrambi delle ripercussioni sul Paese.

Entrambi vogliono dialogare con la destra berlusconiana, entrambi vogliono guidare la trattativa con il caimano, entrambi non hanno legittimato il loro Segretario nella convinzione, anche non celata, di essere migliori di lui.

Il Partito Democratico è affetto da un cancro antico.

Le amministrative del 1993 sperimentarono le prime coalizioni, a livello locale, tra il PDS e il Partito Popolare.

Le coalizioni funzionarono nel contrasto con l'avanzata della destra e si ipotizzò un consolidamento duraturo.

Passare dalla coalizione elettorale alla fusione fu un passo breve.

Fu allora che cominciò la progressiva democristianizzazione di quel partito, processo incurabile e irreversibile, che oggi diventa agonia della Nazione.

La contraddizione di quella fusione era sfacciatamente evidente da subito, il PD è diventato il ricettacolo di tutto e il contrario di tutto, in una pericolosa erosione identitaria che non potrà risolversi se non con la rifondazione di due forze politiche, una di sinistra e una centrista e cattolica.

Del resto anche la destra è divisa in più formazioni, dal PDL al M5S, dalla Lega ai Fratelli D'Italia.

Con il PD fallisce clamorosamente anche il sistema maggioritario, collante forzoso inadatto alle peculiarità irrinunciate della nostra Nazione.

In questo momento l'unica certezza è che la crisi istituzionale viaggerà nei binari delineati dalla Costituzione e ci porterà a nuove elezioni molto presto.

Diventa ora una necessità e non più una scelta politica, anche per noi di Democrazia Atea, affidarci ad un uomo come Stefano Rodotà, capace di difendere i diritti di tutti, e di non lesinare posizioni chiare contro l'incandidabilità di taluni o contro forme populistiche di democrazia diretta vaneggiate da altri.

 

Stefano Rodotà non curerà tutti i cancri italiani, ma sarà in grado di arginare e contenere molte metastasi, e noi stiamo in codice rosso.

 

Carla Corsetti

 

 

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