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PIENA RESPONSABILITA' 09/12/2016

Tra gli aspetti più inquietanti di ciò che resta del voto del 4 dicembre 2016, c’è la rabbia degli opportunisti, ovvero di coloro che avevano legato alla rottamazione della Costituzione le sorti politiche del proprio partito, come se attraverso la riforma potesse miracolosamente perpetuarsi alla guida del Governo. 

Per costoro la trasformazione della Carta a proprio uso e consumo, di certo avrebbero scongiurato la vittoria degli avversari politici almeno per un ventennio, e pur di raggiungere questo macabro obiettivo, non avrebbero trascurato di costituzionalizzare anche i poteri finanziari sovranazionali.
L’analisi del voto in riferimento alle fasce sociali, conferma un dato pessimo: i benestanti hanno pensato di consolidare la propria posizione a scapito delle fasce più deboli alle quali, la rottamazione della Carta avrebbe definitivamente tolto ogni diritto e tutela sociale.
La revisione costituzionale era un pasticcio immondo, e Renzi se ne porta la piena responsabilità.
Le parole pronunciate dopo che le urne avevano deflagrato il suo tentativo di rottamare la Carta, a distanza di ore, danno anche l’impressione di come Renzi abbia un piano di realtà scollegato e preoccupante.
La storia già ci consegna Matteo Renzi come un giocatore d’azzardo che è ruzzolato inciampando nella arroganza della sua incompetenza.
Ma ad onor del vero non era da solo.
Renzi, Boschi, Verdini e Alfano, non è un quartetto di violini, ma di grancasse suonate dalle urne.
Il NO ha tanti colori, nessuno può permettersi di mettere il cappello sulla vittoria, e le motivazioni sono state molteplici.
Ricondurle alle appartenenze partitiche, meno che mai unificate, è pura miopia, se non imbecillità.
I partiti hanno sicuramente dato supporti organizzativi e hanno espresso le proprie posizioni, ma stavolta gli italiani hanno deciso indipendentemente dalle appartenenze, traendo da una complessa campagna elettorale, i convincimenti più diversificati, con istinto o con razionalità, per contrasto o per autodifesa.
Taluni hanno rigettato la riforma anche senza conoscerla nel merito, e del resto molti dei parlamentari sostenitori della riforma, intervistati, hanno dato ad intendere di ignorare sia la Carta del 1948 e sia i passaggi della revisione che sostenevano così convintamente.
Altri l’hanno rigettata approfondendone i contenuti e valutandone la potente carica autoritaria e antidemocratica.
Non bisogna essere professori di diritto costituzionale per capire quanta distanza intercorre tra lo stato di indigenza di un gran numero di italiani e il balcone reale del San Carlo di Napoli, e talvolta bastano questi spettacoli di ostentazione indecorosi e imbarazzanti per non fidarsi.
Senza contare la diffidenza che hanno alimentato i supporter esterni.
Junker, il Presidente della Commissione Europea, Merkel, la Cancelliera della Germania, Obama, il Presidente degli Stati Uniti, tutti hanno espresso parole di sostegno alla deriva autarchica italiana, chissà perché.
Ma c’è stato un Capo di Stato che sorprendentemente in questa partita è stato silenzioso: il Capo di Stato della monarchia confinante Bergoglio e con lui tutti i prìncipi della sua Corte.
Un silenzio inconsueto per chi da troppo tempo sovrasta le decisioni politiche italiane.
Non è difficile spiegare il perché: se fosse passata la riforma avremmo avuto un dittatorello con poteri sull’Italia superiori a quelli del monarca confinante, e questo Bergoglio e la sua Corte non potevano consentirlo.
Se Bergoglio avesse espresso parole di contrasto contro la concentrazione dei poteri che la riforma avrebbe assegnato al futuro Capo del Governo, a qualcuno sarebbe potuto venire in mente di spostare l’attenzione sulla sua concentrazione di poteri, peraltro finanziata con le tasse degli italiani.
Allora è stato meglio fare la propria parte silenziosamente, e non certo perché da quelle parti si siano svegliati improvvisamente democratici, tutt'altro, la loro finalità resta sempre quella di preservare la loro teocrazia impedendo che possa essere turbata dai super poteri di un Presidente del Consiglio italiano.
A loro sta bene la nostra Costituzione purché non venga attuata completamente e per far sì che ciò non accada, confidano nel mantenimento dell’articolo 7 che costituzionalizza il principio pattizio con il Vaticano.
Con il voto del 4 dicembre 2016 abbiamo salvato la Carta Costituzionale dal tentativo di demolirla.
Ora però abbiamo il dovere di attuarla e per farlo dobbiamo liberarla dal freno a mano costituito dall’unico articolo incoerente e antidemocratico, residuato alla dittatura fascista: emendiamola dall’articolo 7, è ora.

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