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Obiettivo n.26
Obiettivo n.26

Incentivazione dell’agricoltura con la riduzione se non eliminazione delle filiere

 

L’agricoltura è senza dubbio il settore nel quale l’Unione Europea è intervenuta maggiormente

Il 40% del bilancio europeo è destinato all’agricoltura.

In Europa si contano circa 12 milioni di agricoltori, 46 milioni di lavoranti, 15 milioni di imprese agricole e agroalimentari, ma si contano anche oltre 500 milioni di consumatori.

Dopo un periodo di crisi, le normative comunitarie sull’agricoltura hanno subito un progressivo mutamento con un irrigidimento dei vincoli normativi e una progressiva adattabilità ai criteri suggeriti dal WTO, la più potente organizzazione intergovernativa in tema di politiche commerciali planetarie.

Le multinazionali dell’agroalimentare hanno impoverito l’agricoltura italiana ponendola di fronte alla difficoltà di dover competere con prodotti stranieri fatti circolare sul mercato con etichettatura italiana.

Le logiche finanziarie imposte dal WTO hanno modificato le politiche sostenibili e di sicurezza alimentare con le speculazioni finanziarie, sostituendo progressivamente le eccellenze con gli OGM.

Le filiere sono costituite da tutti quegli agenti che intervengono nel processo di produzione dalla fase iniziale, fino ad arrivare al consumatore finale.

La filiera serve essenzialmente a garantire la tracciabilità dei prodotti agricoli ed ha un senso che sia potenziata e mantenuta se indirizzata a garantire e tutelare la validità iniziale, intermedia e finale del prodotto.

Devono invece essere eliminate le filiere della distribuzione quando si pongono come intermediarie non necessarie tra produttore e consumatore, perché incidono sul prezzo finale a scapito di entrambi e ad esclusivo vantaggio degli intermediari commerciali.

Il tipico esempio di filiera corta, sempre auspicabile, è proprio il mercato dei contadini che vendono direttamente i loro prodotti ai consumatori.

Tuttavia, per quanto auspicabile, la filiera corta non è praticabile in modo diffuso e soprattutto non risolve il problema degli sprechi.

Circa il 3% della produzione agricola italiana infatti viene buttata, con costi aggiuntivi per lo smaltimento dei rifiuti.

La razionalizzazione dell’utilizzo delle produzioni eccedenti, nella eliminazione delle filiere commerciali protese esclusivamente al profitto, eliminerebbe sprechi e consentirebbe un risparmio complessivo sullo smaltimento dei rifiuti.

L'agricoltura italiana rappresenta il 17% del PIL nazionale.

Nel rapporto dell'Istituto Nazionale di Economia Agraria 2013 si trova una descrizione accurata della situazione italiana.

L'appartenenza al sistema economico europeo ha visto in alcuni casi un allungamento eccessivo della filiera agroalimentare, cioè l’itinerario seguito da un prodotto nell’apparato agroalimentare dalla fase di produzione fino al consumatore finale, con relativo aumento dei prezzi; e dall'altra uno sradicamento della funzione produttiva dai contesti, rurale e sociale, nel quali si sviluppa.

Fortunatamente la Comunità europea stessa ha cambiato direzione e nel Dicembre 2013 ha promulgato un regolamento, il 1305/2013 sul sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale, nel quale si auspica la creazione di filiere corte e di mercati locali, che apporterebbero maggiori garanzie di controllo per il consumatore e si ripercuoterebbero positivamente sul tessuto sociale.

Questa direzione deve essere seguita con ogni sforzo possibile, studiando un piano di riforma strutturale dell'agricoltura che da una parte sostenga le aziende, e dall'altra includa tutto in un quadro logico più ampio dove si trovi l'attenzione e la tutela per l'ambiente, della biodiversità, il benessere animale e il rispetto per la dignità dei lavoratori.